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Dalla direzione marketing alla direzione clienti

Il marketing privo di un buon prodotto è fumo negli occhi. Ma cos’è il marketing senza un’altrettanto buona esperienza utente? I casi internazionali di successo del social media marketing hanno indicato una via: la cura del cliente (in termini di informazioni e supporto, engagement, predisposizione al co-design e alla social innovation) rappresenta il traguardo di ogni interazione tra brand e utenti.

Se verso l’esterno questa strategia si manifesta attraverso un uso consapevole e innovativo delle principali piattaforme social, sul fronte interno “l’essere social” di un’azienda si realizza con la capacità di ridefinire processi, trasformare dipartimenti e favorire dinamiche collaborative.

Un articolo interessante scritto da Roland T. Rust, Christine Moorman e Gaurav Bhalla (tradotto recentemente anche da HBR Italia) mette in evidenza la necessità, per un’azienda impegnata a competere nel mercato attuale, di anteporre la cura della relazione con il cliente allo sviluppo dei brand. Ciò significa, in estrema sintesi:

  • spostare l’attenzione dalla gestione di transazioni alla massimizzazione del lifetime value del cliente.
  • subordinare i prodotti e i marchi ai rapporti di lungo termine con i clienti.
  • cambiare strategia e struttura in tutta l’organizzazione con una conseguente reinvenzione completa del settore del marketing.
  • passare da un’azienda organizzata per promuovere prodotti e brand a un’azienda progettata per servire i clienti e i segmenti di clientela.

In termini più operativi, una strategia così profonda dovrebbe partire dalla trasformazione della tradizionale direzione marketing in una innovativa direzione clienti, presidiata da un Chief Customer Officer (CCO) e finalizzata a promuovere una cultura orientata al cliente rimuovendo gli ostacoli al flusso di informazioni sui clienti in tutta l’organizzazione.

Per un’azienda questo significa collocare il ritorno dell’investimento non soltanto sulla redditività dei prodotti ma, in misura sempre crescente, sulla redditività dei clienti (lifetime value e customer equity), a cui segue la necessità di individuare nuove metriche per misurare il reale effetto della strategia:

  • redditività del cliente
  • lifetime value del cliente
  • customer equity (somma del lifetime value)
  • quota della customer equity (il valore della base clienti della società, diviso per il valore totale dei clienti del mercato)

Il passaggio qui ipotizzato da una direzione marketing a una direzione clienti rappresenta una trasformazione condotta dall’alto, quasi impossibile da sviluppare senza un commitment molto forte e una visione strategica d’insieme in grado di andare oltre la banale volontà di apparire più “social” o più “cool” all’esterno. Non è un caso se questi aspetti hanno segnato anche lo sviluppo di uno dei progetti italiani più recenti e interessanti di social support come quello condotto da Telecom Italia e raccontato da Emanuele Quintarelli:

In che modo l’iniziativa si ricollega alla strategia complessiva dell’azienda e quali sono i suoi obiettivi di business? Il Customer care all’interno dei social media rientra in una più generale strategia di supporto multicanale che ha come obiettivo quello di avvicinare l’azienda al cliente dando risposte tempestive in qualunque spazio di interazione egli preferisca comunicare ed assecondando la sempre più forte propensione del consumatore a gestire i propri bisogni in autonomia in modalità self-service. I social media si aggiungono naturalmente agli altri canali di supporto come IVR, web, telefono, mail. Proprio questa impostazione strategica ha avuto un ruolo importante nell’evitare e superare qualunque paura/resistenza interna che può nascere nei progetti in cui l’azienda si espone pubblicamente all’esterno.

Altro elemento da non trascurare è l’efficacia in termini di branding di una strategia user-centrica: come è emerso anche all’interno di questa discussione su FriendFeed, un servizio efficiente di customer care su social media non si limita solo a ridurre, per esempio, i costi di gestione del call center, ma può rappresentare un’importantissima leva in termini di posizionamento e di miglioramento della brand reputation, sia online che offline.

Considerate le potenzialità, vorrei ora soffermarmi brevemente su alcuni possibili rischi legati a una scorretta esecuzione della strategia:

  • Customer manager e product manager devono collaborare a stretto contatto: la progettazione dell’esperienza utente deve partire sin dalla progettazione del prodotto e non essere applicata come intervento “cosmetico” quando il prodotto (o il servizio) è già sviluppato.
  • Il CRM deve evolversi in Social CRM, raccogliendo dunque tutti gli insight provenienti dai social media e svilupparsi attraverso un processo proattivo di ascolto-reazione-coinvolgimento.
  • Il CRM non deve più essere gestito solamente dal reparto IT ma deve poter essere sempre accessibile a tutti coloro che lavorano al marketing, alla comunicazione, al customer care e all’innovazione.
  • L’ottimizzazione del CRM non deve portare a eccessi di “personalizzazione del marketing” (il famoso effetto “enlarge your penis”). Conoscere i desideri e le motivazioni dei propri clienti è cosa diversa dal trovare nuovi alibi per fare spam.
  • Per quanto l’ascolto sia una componente prioritara di questo approccio e per quanto i clienti dovrebbero essere coinvolti nel processo di progettazione, molto spesso l’innovazione radicale procede in maniera opposta rispetto ai bisogni manifestati dagli utenti (come ho provato a mostrare in questo post, partendo dalle riflessioni di Roberto Verganti).
  • La brand reputation nei social media (sentiment del brand e dei suoi competitor) non deve mai essere trascurata, perché in alcuni casi può valere di più dei dati di vendita.

Il passaggio dalla direzione marketing alla direzione clienti è solo una componente di un’azienda che si prepara a mettere il cliente al centro dei propri processi. Un’azienda realmente user-centered sin dal suo interno è il modo migliore per evitare che la tanto di moda presenza del brand su Facebook, Twitter o Foursquare sia percepita soltanto come fumo negli occhi.

About the author

Stefano Mizzella

PhD, strategist @hfarmventures, minimalism lover, visual & design thinker.

8 Comments

  1. Emanuele Quintarelli
    October 31, 2010 at 9:28 am

    Stefano,
    ottimo post!

    Quale potrebbe essere la nuova organizzazione con un CCO? Marketing e Customer Care in che modo sarebbero riorganizzati? Sparirebbero o sarebbero spostati sotto la Direzioni Clienti?


  2. Anonymous
    October 31, 2010 at 12:50 pm

    Grazie Emanuele. Nell’articolo viene tratteggiata una nuova struttura organizzativa in cui i product manager e i responsabili della relazione con i clienti non sono più sotto la responsabilità del direttore marketing ma sotto la responsabilità diretta del CCO. Il marketing quindi sparirebbe a vantaggio di strategie specifiche di customer management e segment management. PIù nel dettaglio, sotto al CCO si posizionerebbero i customer segment manager divisi a loro volta tra product manager e customer relationship manager. Vista l’importanza del suo ruolo, il CCO dovrebbe dipendere direttamente dal CEO.


  3. CustomerKing
    November 2, 2010 at 10:11 am

    Uffa, mi sto quasi stufando dei tuoi ottimi post. e sbaglia qualcosa no? ;)
    Passiamo ai commenti:
    - sono perfettamente d’accordo sul fatto che la brand strategy così come è stata intesa per tanti anni deve cambiare rapidamente i paradigmi su cui si poggiava. La Customer Experience diventa il centro di gravità permanente di ogni azione e processo interno aziendale compreso la costruzione della marca e l’associazione dei suoi valori. Per decenni siamo stati “obbligati” a sentir parlare di brand values o attributes che dovevano essere inculcati nella mente dei consumatori con lo scopo di creare quello che è il posizionamento nella loro mappa mentale. Credo che adesso il monitoraggio delle conversazioni, integrato in una più ampia strategia di feedback management che include al suo interno i ritorni anche sui canali tradizionali che – non mi stancherò mai di ripetere – continueranno per un bel po’ di tempo a co-esistere con i social media, sarà l’attività principe per identificare la corretta definizione dei valori che vengono percepiti effettivamente dai consumatori attraverso esperienze di relazione, di acquisto, di utilizzo, ecc. Quindi Dash non lava veramente più bianco se me lo dice la PG ma se me lo dicono gli utenti / utilizzatori; e se i capi lavati vengono fuori gialli dalla lavatrice ma so che l’obiettivo del consumatore è il bianco allora mi devo dar da fare per fargli cambiare colore (esempio un po’ sempliciotto ma è tanto per far capire il mio pensiero).
    - ma sbaglio o stai parlando di lifetime value e customer equity senza che Emanuele si scateni con il Continuum? se l’avessi detta io una cosa del genere il buon Quintarelli mi avrebbe “sbranato” ahahahahah ;)
    - apprezzo lo sforzo per la definizione di una nuova struttura organizzativo-funzionale cui demandare la gestione del cliente. da approfondire assolutamente.
    - durante la lettura della bibbia di Greenberg mi sono convinto che ad oggi i KPI utilizzati nel Contact Center sono legati all’efficienza interna (probabilmente perchè storicamente questi erano considerati dei centri di costo e nulla più) e quindi è ora di cambiare completamente il modo di misurare l’apporto al business di queste strutture trovando nuovi indicatori che si discostino dalla mera efficienza operativa e che si allineino al contributo erogato ai fini del miglioramento della customer experience.


  4. Anonymous
    November 2, 2010 at 3:42 pm

    Grazie dei complimenti (sei troppo buono) e dei commenti.

    Ti rispondo sul primo punto raccontandoti un aneddoto relativo a un recente colloquio con un cliente: citando TripAdvisor come esempio della sempre maggiore importanza delle recensioni degli utenti nel determinare i comportamenti d’acquisto, ho ascoltato la seguente reazione: “io non mi fido molto nemmeno di TripAdvisor perché ho la sensazione che molti dei commenti siano commissionati”.

    Questo per dire che ormai anche i commenti di alcuni utenti possono essere percepiti in maniera negativa tanto quanto il tradizionale advertising del brand. Al momento, in una fase ancora relativamente immatura dell’utilizzo di queste piattaforme, è abbastanza semplice “sgamare i furbetti” (il classico commento su 2spaghi del finto utente che come punto di forza del ristorante segnala “l’ampio parcheggio”). Tuttavia, anche la trasparenza delle recensioni e delle esperienze d’acquisto diventerà importante tanto quanto la trasparenza della comunicazione ufficiale del brand: non sempre gli utenti/utilizzatori dicono la verità.


  5. CustomerKing
    November 2, 2010 at 4:04 pm

    che poi non ho mai capito perchè segnalare l’”ampio parcheggio” per catturare nuovi clienti. Mah! Cmq è più facile credere a una media di valutatori utilizzatori che alla voce del padrone non credi?


  6. Anonymous
    November 3, 2010 at 3:56 pm

    Ampio parcheggio e terrazza panoramica :D Corretto, una media di utilizzatori vale sicuramente di più della voce del padrone. Il punto è andare al di là dell’associazione “giudizio dell’utente = commento sempre genuino e disinteressato”.


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