Social Media Triage

by Stefano Mizzella on January 15, 2012

Ogni Pronto Soccorso utilizza un processo di triage per stabilire le priorità di trattamento dei pazienti appena arrivati: a questi ultimi viene assegnato un codice colore diverso associato al livello di urgenza che il loro stato di salute richiede. La connessione tra questo processo e la gestione dei social media potrebbe apparire distante e fuori contesto, ma in realtà è proprio attorno al concetto di triage che dovrebbe svilupparsi una buona social media governance (rimando a questo post per approfondire l’importanza di una governance in associazione a una social media strategy e policy).

Nei social media un brand viene quotidianamente menzionato in una serie più o meno elevata di messaggi: alcuni positivi (quel prodotto mi piace), alcuni negativi (quel prodotto non mi piace) e altri neutri (ho visto quel prodotto). Allo stesso tempo, i messaggi individuati presentano livelli diversi di urgenza per quanto riguarda le possibili risposte da parte dell’azienda: dove posso trovare il prodotto? Ho un problema con il prodotto, cosa devo fare? Sono 3 giorni che provo a contattare il vostro centro assistenza, quanto ancora devo aspettare…siete pessimi!

Domande come queste, impreziosite da imprecazioni varie, vengono comunemente rivolte alle aziende tramite il call center o la mail dedicata. L’avere una presenza nei principali social media espone le aziende a una gestione più accurata di tali sollecitazioni, in quanto l’interazione non avviene tra due persone (il consumatore vs. l’addetto del call center) ma vede coinvolti tutti gli utenti connessi a quella pagina Facebook o a quel profilo Twitter. Le aziende capaci di trasformare questa minaccia in un’opportunità hanno capito, prima di altre, l’importanza di un buon customer care online come forte leva di marketing e di branding. Ma perché ciò accada, un’azienda deve essere preparata a intercettare, gestire e risolvere tempestivamente tutte le potenziali criticità provenienti dai messaggi scambiati ogni giorno dai consumatori all’interno di canali ufficiali e non ufficiali.

Ho lavorato recentemente alla progettazione di una serie di processi di triage per una grande azienda e questa esperienza è risultata quanto mai significativa nel rafforzare il valore di un concetto più volte espresso in questo blog: per essere social fuori, un’azienda deve necessariamente esserlo, o diventarlo, anche dentro. Detto in altri termini, un social brand è il frutto di una social enterprise e, prive di una solida struttura interna, tutte le più creative azioni di social media marketing rischiano di risultare superficiali e cosmetiche (qualcuno parlerebbe di “lipstick on a pig”). Ho ritenuto opportuno, quindi, raccogliere in questo post una serie di consigli legati a questa recente esperienza.

Le domande da porsi
La progettazione di un processo di social media triage dovrebbe partire dalla necessità di porsi le seguenti questioni:

  • Quali sono le domande o le critiche più ricorrenti che vengono comunemente rivolte al brand o al singolo prodotto/servizio?
  • Cosa fare quando arrivano messaggi positivi? Chi deve rispondere? In quali tempi? Con quali obiettivi?
  • Cosa fare quando arrivano messaggi negativi? Chi deve rispondere? In quali tempi? Con quali obiettivi?
  • Quale stile linguistico utilizzare nella moderazione delle discussioni?
  • A chi rivolgersi, internamente all’azienda, per rispondere in tempi brevi alle sollecitazioni più critiche da parte degli utenti?
  • Come gestire la partecipazione nelle discussioni dei dipendenti non ufficialmente autorizzati a parlare a nome del brand?
  • Quali metriche utilizzare per decretare il livello di successo del processo di triage progettato?
  • Quali le forme di “escalatation” possibili nel momento in cui le persone preposte non compiono le azioni nei temi previsti?

Rispondere a tali domande può aiutare a percepire meglio il valore o la necessità di un simile processo, declinandolo sia su attività proattive (engagement) che reattive (customer care).

Engagement e Community Management
Ogni buona strategia social dovrebbe essere progettata attorno a una serie di pilastri ben definiti: ascolto, analisi, reazione e coinvolgimento. Affinché ciò accada è fondamentale per un’azienda aver definito un processo continuativo attraverso cui gestire l’interazione quotidiana con gli utenti al fine di aumentare due concetti prioritari per ogni brand: il coinvolgimento costante dei consumatori e la loro fidelizzazione a medio/lungo termine. Che si tratti del presidio di una community, di una pagina Facebook o di un canale Twitter, ogni communuty o social media manager si trova a gestire quotidianamente un numero più o meno elevato di domande, sollecitazioni, apprezzamenti o critiche. Per lavorare al meglio, evitando azioni improvvisate o scollegate dagli obiettivi della strategia, è importante che il community o social media manager venga messo nelle condizioni di attenersi a un processo di gestione delle conversazioni in cui vengono individuati scenari diversi, sia positivi che negativi. Lo schema fornito da David Armano rappresenta un buon esempio di come strutturare le attività di community management preparando il community manager alla gestione delle varie interazioni possibili, riferite tanto al prodotto quanto all’azienda.

Il limite principale della schematizzazione di Armano è quello di non prevedere un flusso di comunicazione/coordinamento tra il community manager e altre figure aziendali di livello superiore: al di là della bravura, nessun community manager può avere a disposizione tutte le risposte necessarie, così come non sempre il singolo community manager può prendersi la responsabilità di parlare a nome dell’azienda in merito a questioni spinose o che dovrebbero essere valutate internamente in modo più approfondito. In casi come questi, diventa imprescindibile una relazione tra il community manager e le figure dell’azienda preposte a fornire un aiuto in base al tema in oggetto della critica o della richiesta di informazione.

Recovery Plan e Crisis Management
Il social media triage, applicato a una governance più articolata, può aiutare un’azienda non solo a migliorare l’interazione quotidiana con gli utenti, ma anche (o forse soprattutto) a gestire al meglio episodi gravi capaci di compromettere la credibilità del brand o del singolo prodotto. Jeremiah Owyang ha inserito il social media triage tra gli strumenti più importanti nella costruzione di un social business:

Anche se nello schema in questione non viene esplicitata la relazione tra la persona a presidio dei canali e le altre figure aziendali di livello superiore, il social media triage ipotizzaro da Owyang è frutto di una visione olistica dell’azienda: la gestione collaborativa delle problematiche rappresenta un ariete in gradi di scardinare i silos aziendali in favore di un modello organizzativo organico e reticolare. Quando un cliente chiede all’azienda un’informazione specifica o muove una critica grave alla qualità del prodotto, non è interessato all’organigramma dell’azienda in questione: il cliente non è in grado di sapere se il community manager è preposto al marketing, alla comunicazione o al customer care, così come non è un suo problema se in quell’azienda il responsabile del marketing non riesce a relazionarsi velocemente con la comunicazione o con il customer care. Ecco perché il social media triage dovrebbe aiutare l’azienda non solo a gestire le critiche, ma anche a far evolvere il CRM tradizionale verso un Social CRM utile a creare nuove forme di interazione tra il brand e l’utente in linea con gli obiettivi di business definiti dalla strategia.

Andando più nel dettaglio, la progettazione di questo processo dovrebbe tenere in considerazione 6 elementi prioritari, senza di cui qualsiasi tentativo di schematizzazione rischierebbe di risultare superficiale e poco sostenibile:

Persone
People first. Il primo passo nella progettazione di un social media triage è legato all’individuazione dei responsabili preposti al presidio dei canali social. Il numero delle persone incaricate può variare ovviamente in base alla grandezza dell’azienda, alla complessità dei suoi processi o alla quantità delle piattaforme social utilizzate. Indipendentemente da queste variabili, è opportuno identificare chiaramente chi si occupa di cosa. Alcune aziende ritengono sia sufficiente affidare l’intera gestione dei canali social a un’unica persona, spesso costretta a lavorare in maniera autonoma e scoordinata rispetto ai diversi dipartimenti. In base alla mia esperienza mi sento di dire che, soprattutto per aziende grandi, la soluzione migliore risiede nella differenziazione delle persone e dei ruoli, al fine di poter migliorare il coordinamento tra i soggetti coinvolti e, allo stesso tempo, definire meglio le diverse responsabilità.

Ruoli
Altra situazione molto comune, nella gestione aziendale dei canali social, è quella per cui una sola persona ricopre ruoli diversi ritrovandosi a essere il principale esecutore delle azioni ma anche l’unica persona deputata a verificarne la corretta esecuzione. In uno scenario ideale, un’azienda dovrebbe affidarsi a ruoli e competenze diverse declinate attorno alle attività di social media monitoring, community management e supervisione strategica, in modo tale da poter gestire in maniera accurata l’interazione col consumatore andando dall’ascolto al supporto, fino ad arrivare ovviamente all’engagement. Aziende medie o piccole possono aggregare almeno due di questi ruoli nella stessa persona: ad esempio il community manager incaricato di aggiornare i canali e interagire con gli utenti può avere anche un ruolo nelle attività di monitoring & listening, soprattutto quando la mole di conversazioni legate al brand non è altissima. È importante però che la persona dedicata all’esecuzione possa coordinarsi costantemente con una figura più senior incaricata di supervisionare le attività e coordinare la relazione tra il community manager e altri responsabili dell’azienda.

Azioni
Ruoli diversi presuppongono azioni diverse. Il responsabile del monitoring dovrà, ad esempio, essere in grado di gestire un sistema di alerting quotidiano, finalizzato all’individuazione repentina di informazioni particolari o di gravi critiche, così come dovrà produrre una reportistica più articolata a scadenza mensile, trimestrale o semestrale. Le richieste di informazioni o le discussioni più critiche dovranno essere riportate al community manager, il quale sarà tenute a gestire personalmente secondo il livello di urgenza riscontrato. Il community manager potrà, poi, chiedere aiuto al responsabile dei canali social nel caso in cui non fosse in possesso delle informazioni necessarie alla produzione della risposta corretta per il consumatore.

Tempi
Nei social media i giorni sono settimane e i minuti sono ore. Una risposta ufficiale del brand pubblicata in ritardo o mai condivisa può causare danni molto gravi alla reputazione e al business di un’azienda. Il processo di triage deve poter fornire ai soggetti coinvolti una serie di indicazioni precise sulle tempistiche da seguire per gestire le varie forme di interazione con gli utenti, in base ai livelli di urgenza stabiliti: una richiesta di informazione generica o una critica soft potrà essere gestita e risolta in tempi molto stretti, mentre una critica più grave potrebbe richiedere un tempo di risposta più lungo, qualora sia necessario un confronto interno tra soggetti provenienti da reparti diversi. Anche nel caso di tempi più lunghi nella preparazione della risposta, è possibile prevedere tempistiche precise per notificare all’utente l’avvio delle verifiche interne necessarie alla risoluzione del suo particolare problema.

Tecnologia
Le interazioni tra i vari soggetti coinvolti nel processo di triage devono avvenire all’interno di un contesto tecnologico basato su una o più piattaforme. Soprattutto nei processi delle grandi aziende dove sono coinvolte più persone, è importante che i vari messaggi possano essere veicolati all’interno di piattaforme collaborative in grado di evitare il tradizionale scambio di mail. La relazione costante tra chi si occupa del monitoring e chi, invece, è preposto alla gestione dei canali social, potrebbe ad esempio avvenire all’interno di una piattaforma come l’Engagement Console di Radian6, capace di unire l’analisi delle conversazioni a un sistema immediato di task management:

Tuttavia, nella gestione dei casi più critici, la tecnologia deve fornire un supporto specifico anche nella relazione tra il community manager e altre figure aziendali. È importante, quindi, progettare un’integrazione anche tra piattaforme come Radian6 e la intranet aziendale, al fine di ottimizzare la gestione dei task evitando di ricorrere alla mail come unico strumento di notifica e, allo stesso tempo, garantendo ai vari soggetti la possibilità di scambiarsi documenti e di lavorare a questi documenti in modalità wiki.

Co-Design
L’ultimo punto riguarda la metodologia. Come ho provato ad argomentare, un processo di social media triage ha il merito di coinvolgere figure e competenze diverse all’interno dell’azienda. Di conseguenza, la metodologia del co-design appare come l’unico approccio possibile per far sì che i processi non nascano dalle valutazioni di un manipolo di consulenti ma, al contrario, rappresentino il frutto di un’interazione più profonda tra il consulente e le diverse figure aziendali chiamate a mettere in atto le azioni pianificate. Ascoltare il parere dei diretti interessati, inserire le loro proposte nel flusso di progettazione, testare le tempistiche simulando gli scenari, predisporre dei momenti di formazione orizzontali e verticali rispetto ai singoli reparti, sono elementi che consentono di creare un processo di triage non solo bello sulla carta, ma realistico e sostenibile per l’azienda.

Approcciare in modo strategico un concetto apparentemente marginale come il social media triage è un ottimo modo attraverso il quale risulta possibile utilizzare i social media quasi come pretesto per affrontare tematiche ben più rilevanti all’interno di un’azienda: il modello organizzativo, le forme di leadership e le peculiarità del business.

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Piattaforme di geo-localizzazione come Foursquare o di evoluzione dell’esperienza utente come Nike+ sono ottimi esempi legati alle potenzialità del gioco nel generare nuove opportunità di business incrementando il coinvolgimento e la fidelizzazione degli utenti. Ma cosa può fare il gioco all’interno dell’azienda? Ho provato a rispondere a questa domanda durante il bellissimo workshop incentrato sul tema della gamification organizzato da Digital Accademia. Di seguito i punti principali della mia presentazione, nata come sviluppo delle riflessioni già avviate sull’argomento all’interno di questo blog:

Gameful Design
Giocare significa esplorare scenari inediti attraverso un sistema di regole condiviso. Giocare significa impersonificare ruoli e indossare maschere diverse da quelle quotidiane. Giocare significa ambire alla sfida ignorando lo status quo. Le ambizioni della gamification non dovrebbero, quindi, esaurirsi nelle campagne di branding o di marketing verso il consumatore finale, così in voga nell’ultimo periodo.

L’applicazione delle dinamiche e delle meccaniche del gioco in un ambiente corporate può portare alla riprogettazione dei processi di collaborazione e innovazione interni all’azienda. Perché ciò accada, è importante disegnare e sviluppare ambienti collaborativi in cui il gioco abbia un valore più ampio e profondo rispetto alla banale assegnazione di punti e badge rispetto alle singole azioni compiute. Puntando sulle implicazioni psicologiche e relazionali strettamente legate al gaming, il gameful design dovrebbe rappresentare lo stadio più alto ed evoluto della gamification, utile in tal senso non solo alla fidelizzazione del consumatore, ma ancor più a una gestione migliore dei talenti e delle potenzialità presenti in azienda.

È nell’intersezione tra il game design e il social business design che vedo le maggiori opportunità di un utilizzo consapevole e strategico del gioco all’interno dell’azienda, legato a obiettivi e a processi aziendali concreti: dal marketing al customer care, dalla comunicazione alla vendita, dalla formazione all’innovazione.

Il gioco applicato alla collaborazione
Metodologie come l’Organizational Network Analysis possono aiutare a capire che le aziende molto spesso non funzionano secondo gli organigrammi o i processi costruiti a tavolino ma che, al contrario, si muovono attraverso flussi comunicazionali e decisionali di natura reticolare e non lineare. Il gioco, se correttamente implementato all’interno di piattaforme collaborative specifiche, può aiutare l’azienda a trarre valore proprio dalle relazioni informali che si sviluppano tra competenze e funzioni diverse. Task collaborativi, missioni da completare o livelli da sbloccare sono solo una serie di “trigger” utili a favorire modelli collaborativi agili basati sulla validazione dei pari e, di conseguenza, su un sistema meritocratico capace di andare contro le gerarchie consolidate. Vediamo più nel dettaglio gli esempi selezionati:

  • Nitro + Jive: un’integrazione della intranet 2.0 che offre agli utenti missioni da completare in relazione a funzionalità specifiche della piattaforma. Gli utenti vengono premiati con punti e badge finalizzati anche ad aumentare la competizione tra dipendenti in ottica di un utilizzo evoluto della piattaforma.
  • Salesforce Motivation: una funzione aggiuntiva della popolare piattaforma collaborativa per la forza vendita, che offre agli utenti un sistema di punteggi, badge, livelli, classifiche e feedback in tempo reale sulle performance dei singoli dipendenti.
  • Rypple: una piattaforma di “social performance management”, appena acquistata da Salesforce, che permette ai project manager e ai responsabili HR di premiare e inviare feedback in tempo reale ai dipendenti coinvolti nei singoli progetti, quando questi raggiungono gli obiettivi precedentemente impostati.
  • RedCritter Tracker: un sistema di “agile projet management” che premia con punti e badge il completamento di singoli task, sia individuali sia collettivi. I punti accumulati possono essere spesi all’interno di un Reward Store aziendale.
  • SAP Race to 1000 Series: una forma di visualizzazione accattivante per rendere manifesto il numero di vendite chiuse e aumentare il livello di competizione tra i venditori migliori, attraverso l’utilizzo in chiave di gaming delle statistiche relative all’intero processo di vendita.
  • giffgaff spread/recruit program: un meccanismo che incentiva gli utenti nel promuovere il servizio dell’azienda e nel reclutare nuovi potenziali clienti. giffgaff premia gli utenti più bravi con denaro reale e punti virtuali.

Il gioco applicato all’innovazione
In una visione aperta e partecipativa del processo di innovazione, il gioco può assumere un valore determinante nell’aiutare manager, “semplici” dipendenti e/o clienti a “mettere in gioco”, appunto, le proprie idee. Competizione, reputazione e riconoscimenti adeguati sono le molle necessarie a creare ambienti di co-design veicolati dal gioco, attraverso cui generare da una parte nuovi prodotti per l’azienda e, dall’altra, nuovi modelli di business attraverso cui gratificare ulteriormente l’impegno dei dipendenti più propositivi. Alcuni esempi in merito:

  • MyStarbucks Idea: una piattaforma collaborativa in cui clienti e dipendenti possono proporre e votare idee su come migliorare qualsiasi aspetto legato all’azienda, dai prodotti al servizi, fino al punto vendita o alle strategie online. Le idee più votate e attentamente selezionate vengono messe in produzione.
  • Scottish Water The – Innovation Pool: una piattaforma di idea management in cui i dipendenti possono mettere un gioco le proprie idee su potenziali miglioramenti del servizio offerto al cittadino, o su modifiche da applicare internamente all’azienda.
  • Lego Cuusoo: una piattaforma che, attraverso il gioco, unisce elementi di co-creazione (gli utenti propongono nuovi prodotti) con dinamiche di open innovation (l’azienda mette in produzione le creazioni migliori). Gli “autori” dei prodotti messi in produzione, ricevono una percentuale sulla vendita delle loro creazioni.
  • Spigit FaceOff: un sistema di proposta e votazione di idee in relazione a una selezione di brand popolari. Le idee più votate vengono fatte gareggiare tra di loro e vengono messe in condivisione con le singole aziende per potenziali sviluppi futuri.
  • Fiat Mio: un progetto di co-design avviato da Fiat in Brasile con lo scopo di raccogliere idee e suggestioni da utenti di tutto il mondo per la realizzazione di un’auto del futuro. L’azienda ha già realizzato un primo prototipo della vettura, basato sulle idee più votate e selezionate.

Il gioco applicato alla formazione
Il ruolo del gioco e più in generale, del divertimento, come aiuto alla formazione non è certo cosa nuova. Gli esempi raccolti nella presentazione evidenziano vari possibili approcci all’applicazione del gioco nella formazione aziendale e nella formazione verso il cliente, laddove vengono messi in evidenza i valori associati al singolo brand o prodotto :

  • Cold Stone: un gioco formativo utile ai neo-assunti per fare pratica sulla preparazione del gelato e sull’interazione con il consumatore.
  • Johnson & Johnson, Nursing’s Future: una simulazione utilizzabile per favorire la formazione di infermieri professionisti attraverso l’interazione con vari scenari e problematiche frequenti nell’esperienza ospedaliera reale.
  • Nissan LEAF Program: un portale online connesso alla strumentazione delle vetture elettriche, al fine di misurare il livello di energia conservata in base allo stile di guida degli utenti. I dati relativi alle performance sono utilizzati per incentivare le dinamiche di competizione tra i partecipanti e per aumentare la percezione dei benefici derivanti dall’utilizzo di un’auto elettrica e di uno stile di vita ecosostenibile.
  • AXA Pass it On!: una simulazione che mette gli utenti di fronte a una serie di decisioni da prendere a partire dal modello di nucleo famigliare con cui si decide di giocare. Le situazioni affrontate nel gioco permettono agli utenti di conoscere meglio i vantaggi di un corretto sistema assicurativo. Gli utenti più bravi a gestire le criticità proposte dal gioco vengono premiati in denaro.

GAME = CHANGE
Il gioco può contribuire all’evoluzione e al successo di un social network aziendale, di un progetto di informal learning o, ancora, di un sistema complesso di idea management. Che si tratti di conoscenza, di informazioni, di contenuti o di idee, il gioco può fare la differenza nella creazione di un nuovo modo di pensare la struttura e la cultura aziendale.

Il gioco è da intendersi, dunque, come un potentissimo vettore di cambiamento anche rispetto alle forme tradizionali di leadership: mettere in gioco le proprie idee, indipendentemente dal ruolo o dalla posizione ricoperta, significa aprire le porte a una rivoluzione collaborativa già in atto in alcune tra le principali aziende leader di mercato.

Un’azienda non ha bisogno di utilizzare necessariamente badge o classifiche per implementare il gioco nel modo di fare impresa. Il caso di Zappos rappresenta la testimonianza eclatante di un’azienda che, a partire dal suo leader, considera il gioco e il divertimento come fattori chiave per lavorare meglio, collaborare maggiormente e, cosa ancor più importante, offrire al consumatore finale la miglior esperienza possibile.

Collaborazione, innovazione, leadership. Sono questi gli asset più importanti attorno a cui ruotano le aziende di oggi. Tra queste, solamente quelle così folli da prendere in considerazione seriamente il gioco avranno una chance in più per rimanere competitive anche nel mercato di domani.

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